il network

Martedì 18 Settembre 2018

Altre notizie da questa sezione


Il declino di Crema

Ospedale e Teatro sono malati terminali ma vengono curati con le parole

Il teatro San Domenico
>
antonio grassi

antonio grassi

Biografia Antonio Grassi giornalista, già responsabile della redazione di Crema de La Provincia, s'interessa di politica e di ambiente. Scrittore, ha pubblicato due pamphlet su questioni ambientali : "Terre di frontiera-Goflandia e altre storie" e "Forte apache e dintorni". Il primo racconta la storia di tentativi di aggressione del territorio provinciale. Il secondo, del referendum sull'inceneritore di Cremona. E' autore di tre romanzi gialli a sfondo sociale: "Macramè", "L'erba del diavolo" e "Il cuore batte ancora. Vernice fresca" (2013), ultima sua produzione, è uno scientific thriller ambientato in provincia.

tutti i post dell'autore

Calendario dei post

L'azienda ospedaliera diventerà una colonia e perderà l'autonomia e il San Domenico è destinato a soccombere per mancanza di risorse

Le ultime notizie sull’ospedale e sul San Domenico non concedono dubbi: la città sprofonda, il declino di Crema prosegue inesorabile e non s’intravedono segnali di inversione di rotta. Tante parole, poca concretezza. Il Titanic s’inabissa, ma l’orchestra continua a suonare. La città è in picchiata, le parole si sprecano, i fatti latitano. Il futuro è nero, ma i daltonici lo percepiscono rosa. Da mesi tutti sanno che l’ospedale di Crema perderà l’autonomia. Verrà ridimensionato e, malato terminale, a poco a poco, vedrà svilire l’eccellenza che lo contraddistingue a livello regionale. Quando, nel settembre dello scorso anno, era stata annunciata l’operazione, da Milano a Cremona, politici e amministratori pubblici avevano imbracciato gli estintori: tranquilli per Crema e il Cremasco nulla cambierà nei servizi sanitari. I cremaschi, ancora in gramaglie per la dipartita del tribunale e privi di anello al naso, avevano accolto queste rassicurazioni con scetticismo e controbattuto. Naturalmente con moderazione e maturità. Niente toni da guerra santa, ma la giusta preoccupazione di chi teme una trappola. Poi il silenzio. Una quindicina di giorni fa, dalla metropoli, la conferma della sentenza letale. Inquietudine e proclami. Naturalmente, nervi saldi: nessuna azione. Il finale è scontato. Naturalmente l’ospedale non sarà declassato, ma riorganizzato, reso più efficiente e via con sinonimi, verbi, circonlocuzioni meno impattanti con la sensibilità dei cittadini. Trionferà la razionalizzazione, forma lessicale per informare che le terga di chi la subirà saranno maltrattate. Naturalmente l’intervento sarà effettuato dopo le elezioni europee e amministrative del prossimo 25 maggio e, in attesa del nuovo corso, forse si organizzeranno gli Stati generali della sanità. Circolerà qualche comunicato roboante. I soliti disfattisti urleranno la propria rabbia che, voce nel deserto, non sortirà risultato alcuno. Battere i pugni sul tavolo? Naturalmente, no. Saranno però promessi. Anzi, verranno minacciati sfracelli. Naturalmente, pugni e sfracelli verranno dimenticati in fretta. Ma ogni promessa è debito da onorare. Chissenefrega. La Regione razionalizzerà, Crema brontolerà e chinerà il capo. Allineata e coperta. Naturalmente.

I cittadini più attenti ricorderanno che nei giorni successivi l’annuncio della razionalizzazione si era ipotizzato un’aggregazione di Crema, con Lodi e Treviglio. Una soluzione che avrebbe reso meno dolorosa l’incisione del bisturi, ma con alcuni rischi e qualche controindicazione, comunque da verificare e discutere. Si è persa nel silenzio del cosmo. L’azienda ospedaliera di Crema è al top tra quelle lombarde e il suo il direttore generale figura al primo posto tra i dirigenti regionali. Per quale motivo dovrebbe perdere l’autonomia? Per quale arcano è destinata ad essere una colonia? O, peggio, un protettorato che è una colonia mascherata? Squadra che vince non si cambia. Strana la vita nella Repubblica del Tortello. Si interviene sulle attività che funzionano e si tralasciano quelle che franano. Viene alla mente quanto successo per la raccolta e lo smaltimento rifiuti. C’era un’azienda pubblica cremasca in attivo, offriva un servizio di primo livello e, per gli esperti del settore, rappresentava un modello da imitare. Nel nome della razionalizzazione, è stata fusa con una consorella bresciana in passivo. E’ accaduto pochi mesi fa. E’ troppo presto per vedere i risultati positivi dell’operazione. Per ora, l’attivo dei cremaschi ha ripianato i debiti dei bresciani. E veniamo al teatro, altro esempio di masochismo made in Crema. Voluto dai cittadini, inaugurato nel 1999, cresciuto in maniera esponenziale, apprezzato anche oltre il Serio, rischia di soccombere per mancanza di soldi. E’ il vecchio, noioso, ripetitivo dibattito sulla cultura: palla al piede o risorsa? Se è una spina nel fianco, lo si dica con chiarezza e coraggio. Inutile investire nel San Domenico, anche solo un euro, se si considera tale spesa uno spreco da inserire tra le scelte superflue e improduttive. In caso contrario, si decida sull’utilizzo del teatro in un programma più ampio, che consideri la politica culturale della città e del territorio nel suo complesso.

Infine si abbia il coraggio di ammettere che i cittadini di Crema sono troppo abituati a usufruire della cultura a costo zero: quando l’ingresso a una manifestazione è gratuito il pienone è assicurato. Viceversa, se a pagamento, anche di pochi euro, il mezzo flop è in agguato. Però nessuno rinuncia alle penne del pavone quando ci sono da esaltare le specificità culturali della città. E i privati? Ci mettono molto, ma potrebbero impegnarsi di più. Probabilmente servirebbe un’azione più incisiva per motivarli e coinvolgerli maggiormente. A Crema ci sono 514 cittadini con redditto superiore a 100 mila euro. Nel Cremasco, quasi il doppio 1081. Se ognuno di loro investisse solo 100 euro l’anno, 8,33 euro al mese - il costo di una serata al cinema con il caffè - i problemi del teatro sarebbero in parte risolti. Per carità, non è una proposta, è solo un esempio di come serva poco affinchè cultura non sia una parola vacua e un virus ammorbante i bilanci pubblici. E’ anche vero che in passato troppe risorse pubbliche e private sono state impiegate in maniera inadeguata. Insomma, si sono buttati quattrini in iniziative faraoniche e inutili. Ma è un altro discorso. Di chi la colpa di questa situazione? Di tutti. Dei politici che hanno governato la città e dei cittadini che hanno acconsentito che questo avvenisse. Nel declino di Crema non compare nessun generale, nessun colonello Kurtz, nessun capitano Willard che possa dire come in Apocalipse now: «A condurre la guerra era un gruppo di clown con quattro stelle che avrebbero finito per dar via tutto il circo». Siamo tutti colpevoli. Purtroppo. Era il 1977. I Sex pistols, che tanto pistola non erano, ammonivano No future. Oggi sono in molti a concordare con loro. Anche a Crema. Probabilmente ha ragione Sussurrandom (www.sussurrandom.it/) a definirla città giocattolo. Ma rotto.

23 Aprile 2014