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Giovedì 23 Novembre 2017

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8 ottobre

Lettere al Direttore

IL CASO

ATTRAVERSAMENTI DELLA CASTELLEONESE
CHIUSI: NON ERA MEGLIO UNA BELLA ROTONDA?

Signor direttore,
lungi da me la presunzione di dettare soluzioni urbanistiche e/o di viabilità, tuttavia, siccome la cosa di cui mi lamento la pago, per così dire, anche sulla mia pelle, vengo al dunque.
Giusto evitare gli interscambi tra i due sensi di marcia nel tratto a due corsie della Castelleonese, ‘chiudendo’ gli attraversamenti dell’aiuola spartitraffico (dal rondò Coop fino al termine del tratto in prossimità del Golf Club), pericolosi ed oggetto anche di incidenti.
È altrettanto vero che dalla città per accedere alle attività commerciali ed artigianali in prossimità dell’ex Nuvolari bisogna allungare il tragitto di circa 3.800 metri.
Siccome la ditta di cui sono dipendente risiede proprio nella strada ‘chiusa’ che si diparte tra la concessionaria auto Audi, WV ed altre, n. 130 alfabetico di via Castelleone, l’allungamento cui sono costretto lo utilizzo, per cause di forza maggiore, non meno di 4 (dicasi quattro) volte al giorno.
Ergo: riferendomi altresì a quanto detto all’inizio, non ci poteva stare una pur semplice rotonda (senza progetti megalomani)?
Tenendo presente che in una sorta di breve raggio d’azione, trovano inoltre sbocco (o accesso che dir si voglia) le vie Erno e Picenengo, nonché il grande parcheggio autotreni.
E poi: per esperienza ventennale si è proprio così sicuri che (seppur ingiustamente) non verranno creati nuovi ‘scavalchi’ della aiola spartitraffico?
Adriano Manfredini
(Cremona)

La decisione di chiudere i pericolosi attraversamenti della Castelleonese denota una positiva attenzione al tema della sicurezza. Non sono un esperto di traffico, pertanto giro la sua idea di rotatoria alle autorità competenti.

LA POLEMICA

L’accoglienza in sintonia col mandato evangelico

Caro direttore,
in due passi del Vangelo, Gesù precisa in modo non equivocabile la missione che affida a Pietro: nel Vangelo secondo Luca, (Lc 22, 31-32): «Simone, Simone, ... io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» e nel vangelo secondo Giovanni, dopo l’apparizione sulla riva del lago di Galilea Gv 21,17): «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?» ...« Signore... tu lo sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore». Confermare nella fede e pascere, cioè, credo, guidare! Allora dell’operato del successore di Pietro si dovrebbe valutare la conformità al mandato e non, come pare di intendere dall’editoriale a firma Ada Ferrari su ‘La Provincia’, una supposta analogia con le posizioni legittimamente non condivise dell’una o dell’altra parte politica.
La mia interpretazione del messaggio di Francesco in tema di accoglienza è, d’accordo col mandato e su un piano diverso da quello politico, l’accoglienza e, anche da una recente precisazione, la «buona» accoglienza. Se poi l’Italia non è in grado di praticarla quando i numeri superano le sue modestissime forze, sicuramente l’esortazione può essere estesa a tutta l’Europa ed oltre. La parola di Pietro non ha confini e udienza così ristretti se la si vuole ascoltare, anche perché ingiustizie, guerre, carestie hanno anche a che vedere col comportamento dei paesi a cui si chiede rifugio.
Con uno sforzo di sincerità si dovrebbe poi specificare con che mezzi escludere i ‘soprannumerari’ senza far torto ai valori cristiani a cui si vuole ispirarsi. Proprio Francesco, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium afferma la priorità della realtà rispetto al pensiero che la studia e decide come intervenirvi e allora le decisioni responsabili, se vogliono essere veramente cristiane devono valutare tutte le conseguenze.
Giancarlo Casella
(Cremona)

Referendum regionale/1.
Padania velleitaria
Non andrò alle urne
Caro direttore,
il 22 ottobre non andrò a votare al referendum consultivo lombardo-veneto (reminiscenze prerisorgimentali?). Non perché mi ritenga un centralista ad oltranza dal punto di vista amministrativo, ma perché, come monarchico da sempre, penso all’esempio e al motto («L’Italia innanzitutto») del compianto re Umberto II, e non vorrei che adesso, sull’onda del secessionismo catalano, si producesse un effetto domino in altre regioni italiane percorse da fermenti indipendentisti (come la Sardegna o la Val d’Aosta per non parlare dell’Alto Adige) e un ulteriore e progressivo indebolimento del sentimento dell’Unità e della solidarietà nazionale «frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri». Mi auguro dunque che astenendosi dalle urne il referendum fallisca e non riprendano forze le pericolose velleità di una ‘Padania’ staccata e contrapposta al resto d’Italia. Lo sviluppo economico e l’efficienza dei servizi sono importanti, da perseguire e da diffondere, ma non sono tutto.
Gianfranco Colace
(Cremona)

Referendum regionale/2.
Siamo discriminati
Ecco perché voto Sì
Egregio direttore,
I Governatori della Lombardia e del Veneto hanno promosso un referendum per il 22 Ottobre con lo scopo di ottenere particolari condizioni di autonomia (né più, né meno di quanto già dispongano il Friuli Venezia Giulia, la Sardegna, la Sicilia, il Trentino-Alto Adige/Sudtirol e la Valle d'Aosta adottati con legge costituzionale art.116).
Ci sono in gioco 54 miliardi, solo dalla Lombardia, da rivederne e razionalizzarne la destinazione.
La Politica, avversaria della Lega, non sopporta che la Lombardia sia la Regione più virtuosa e più ricca d’Italia. Preferirebbe vederla languire ed elemosinare sussidi da Roma dimenticando che la medesima mantiene economicamente, salva la vita (nei suoi policlinici) e gratifica professionalmente (con le proprie capacità intellettuali, commerciali ed industriali) mezza Italia. Questa Politica contraria al Sì ci spieghi perché la autonomia amministrativa è ammessa per 5 regioni ed è negata alle altre 15 . In base a quale principio si giustifica questa discriminazione?
Per quel che mi riguarda, andrò a votare e voterò Sì.
Bruno Tanturli
(Crema)

Referendum regionale/3.
Chi si astiene
ci danneggia
Egregi direttore,
oggi l’astensionismo è il primo partito ovunque in Europa. In Italia è caduto l’obbligo di partecipare al voto ed oggi votare è un diritto ma non più un dovere. L’astensione di oggi non è qualunquismo tradizionale ma astensione mobile e tattica, talvolta interessata e strumentale. Ed è nell’alveo di questo fenomeno che registriamo politici di rango nazionale, perlopiù meridionalisti, spinti da interessi di partito o per legittimazione personale lanciare propositi di astensione per il prossimo referendum lombardo. Confermato anche da numerosi studi internazionali, le democrazie moderne funzionano con tassi di presenza molto bassi, pertanto viene da pensare che la smisurata partecipazione politica al referendum spagnolo, seppur non propriamente elettorale tenuto conto delle intimidazioni del governo, possa essere ricondotta a follia evangelica. Invece è l’espressione di volontà di intervento nella vita politica ed economica dei cittadini dei territori lontani dal centro secondo i presupposti del più alto principio di sussidiarietà. Partecipare al referendum della Lombardia del prossimo 22 Ottobre, è il tentativo di proporre un radicale mutamento di prospettiva nel modo di concepire il territorio, un nuovo sguardo contro l’incuria e l’inazione, l’occasione per attuare nuove riforme, per disporre di ragguardevoli risorse al fine di fornire servizi migliori ed appunto raggiungere le decisioni sostanzialmente nel livello più vicino ai cittadini laddove questo sia in grado di svolgerli meglio del livello superiore. Pertanto che siate inattivi, conformisti, riformisti, attivisti o protestatari questo momento è irripetibile. Nessuna lamentela, protesta, recriminazione o tono seccato potrà perdonare e legittimare il nostro disinteresse o apatia al voto. Perché questa volta, come sottolinea il responsabile al referendum lombardo Gianni Fava: «Ci stanno rubando i soldi del nostro lavoro. Chi non va a votare è complice di chi ci ruba i soldi».
Cedrik Pasetti
(presidente Ass. Terre di Lombardia, Viadana)

Superare la paura
La banda nascondiglio
dei vigliacchi
Signor direttore,
una banda è dove un vigliacco va a nascondersi. Il bisogno di avere una ideologia, una religione, una passione politica, di tifare per una squadra, di sentirsi italiano, piacentino o calabrese nasce sempre dalla paura di essere se stessi, dal non vedere la propria ricchezza interiore, il proprio guru interiore, il regista. Ed è una paura comprensibile. Ma è quella paura che ci impedirà di giocare i nostri talenti, di realizzare lo scopo della nostra vita. O ci guida la paura o diventiamo protagonisti della nostra vita. Per ognuno di noi la gestazione è diversa, la nascita prima o poi arriva, forse in un’altra vita. Ma prima viene la paura e poi il coraggio. Per alcuni il coraggio è il primo impulso, un dono infinito. La tua religione, il tuo partito, la tua ideologia, la tua nazionalità mi incuriosiscono, ma non mi interessano. Se saprai andare oltre il tuo guscio diventerai un mio vero amico.
Paolo Mario Buttiglieri
(sociologo, Fiorenzuola d’Arda)

Abbattuto nel 1944
L’Anpi celebra
l’aviatore-terrorista
Signor direttore
l’Anpi di Valsamoggia ha deciso di onorare con un cippo commemorativo l’aviatore statunitense Paul Regis Joyce abbattuto dalla contraerea nel 1944 mentre sorvolava la zona e ritrovato nel 1993 in un campo (notizia da Repubblica del 6-2017)
Nel comunicato l’Anpi descrive il pilota americano come «una delle vite sacrificatesi per la libertà e la democrazia» e come tale meritevole di riconoscenza.
All’Anpi ed a tutti coloro che partecipano a questa commemorazione ricordiamo che gli stormi aerei degli alleati hanno effettuato migliaia di bombardamenti con scopo ed effetto semplicemente terroristico (come ammesso anche da Winston Churcill nelle sue memorie) distruggendo chiese, scuole (ricordate Gorla?) ed intere città, mitragliando treni civili o semplici passanti e pertanto il pilota Paul Regis Joyce, come i suoi colleghi americani ed inglesi che imperversarono sui cieli italiani nella seconda guerra mondiale, avrebbe meritato di essere fucilato come criminale di guerra e non onorato come un eroe. Sulla resistenza sono stati scritti (e mai smentiti) diversi libri che documentano quale fu la vera tragedia delle guerra civile e non vale qui la pena di tornare sull’argomento, ma troviamo folle ed in malafede il cercare di fare passare un probabile criminale di guerra per un eroe.
Alessandro Mezzano
(Cremona)

‘Baa baa land’ di Freeman
Otto ore di pecore
immobili: che film!
Gentile direttore,
chi riteneva noiosi i bucolici intervalli in bianco e nero della Rai, con le pecore che brucavano accompagnate dalla meravigliosa ‘Toccata in la maggiore’ di Pietro Domenico Paradisi, chissà cosa penserà di ‘Baa Baa Land’, un film prodotto da Peter Freeman con première in questi giorni a Londra. La sua durata è di 8 ore e per protagoniste ha solo pecore. Pochi cambi di inquadrature, nessun dialogo, nessuna azione e per colonna sonora il dolce belare degli ovini. Un vero antidoto contro lo stress quotidiano, e se si contano le pecore, anche un imbattibile sonnifero. Cosa volere di più?
Michele Massa
(Bologna)