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Lunedì 23 Ottobre 2017

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25 luglio

Ospedale, chi non vi sta con amore cambi lavoro

Ospedale, chi non vi sta con amore cambi lavoro

Signor direttore,
rivolgo queste righe al personale del reparto di Ortopedia di Cremona. Cremona. Ortopedia. Letto 10. Come ben sapete sono arrivata in questo letto alle 3 di notte di lunedì 17 luglio; tutte le paure del mondo ed io. Ho 27 anni e ora ho anche tre fratture al bacino: l’amore per la montagna e l’infinita passione di viaggiare su due ruote mi ha costretta a tirare il freno per almeno 40 giorni.
Prima, primissima esperienza in ospedale e tanto sconforto. Passate le prime 24 ore su questo letto ho consapevolmente scelto di abbandonare ogni vergogna e ogni pudore, perché ciò che ha guidato la mia permanenza in questo reparto è stato il totale bisogno di assistenza e cura.
Ho avuto bisogno di essere assistita, in tutto e per tutto. (...) Accettarlo non è stato semplice
Durante la mia degenza sono stata totalmente dipendente da chi si è preso cura di me. Ed è a queste persone che ho necessità di rivolgere un pensiero, un pensiero vero.
Stando seduta su questo letto 24 ore al giorno ho capito che quando gli ‘interlocutori’ di un lavoro prendono il nome di ‘pazienti’, graverà su chi esercita tale lavoro un giudizio molto severo.
Al personale del reparto di Ortopedia dico: ricordatevi che un paziente risulta il giudice più vero di quella che dovrebbe essere per voi una vocazione. Non un lavoro!
Per questo vi dico: se siete curiosi di sapere se siete persone competenti o di cuore, chiedete cosa pensa di voi a chi da voi è stato è stato accudito.
Un grazie speciale va a quelle persone dalle quali sono stata lavata e curata con professionalità e buon cuore. Queste persone sanno che mi sto rivolgendo a loro. (...) Il grazie va a chi ha scelto questo lavoro e di esso ne ha fatto una missione, vocazione appunto. Grazie perché se dopo avermi lavata siete usciti da quella stanza e sul mio viso è nato un sorriso, lo devo a voi. E un sorriso in queste circostanze è qualcosa di prezioso. Grazie perché persone come voi fanno la differenza (...). Grazie perché se ripenso a quei momenti non posso non emozionarmi all’idea di essermi messa concretamente nelle vostre mani e di aver trovato le mani giuste.
Un’emozione di simile intensità, ma nella direzione opposta, l’ho provata quando durante la cura della mia persona ho percepito aloni di sufficienza e superiorità, non ascolto e totale incapacità di mettersi nei panni dell’altro. È a queste persone che do un consiglio sincero: cambiate il vostro lavoro.
A voi dico: se pensate che un paziente non capisca, che ogni vostra scelta ‘vada sempre bene’, vi state sbagliando. Accertatevi che quel cuscino sia messo come si deve, che il tavolino della colazione sia messo nella posizione più comoda: il vostro paziente mangerà più felice. Essere felici durante la colazione ha conseguenze durante tutta la giornata. E avere un atteggiamento positivo porta prima alla guarigione.
Su questo foglio porto due cose: infinita gratitudine per chi ama il proprio lavoro e per chi mi ha accudita nel modo migliore. Porto, inoltre, un consiglio a chi crede che un paziente sia poco meno di un dipendente: sono solo stata inchiodata a un letto, la mia testa ha sempre funzionato benissimo; per questo a voi il consiglio spassionato di un esame di coscienza. «Amare il proprio lavoro è la cosa che si avvicina più concretamente alla felicità sulla terra» (Primo Levi).
Armida Marina Bozzolini
(Cremona)