il network

Lunedì 24 Settembre 2018

Altre notizie da questa sezione

Blog


Crema. Sul palco del teatro anche il musicista cremasco Lucio Fabbri

Il mondo secondo il Prof
Vecchioni si racconta

Intervista al cantautore alla vigilia del concerto al San Domenico che inaugurerà il suo nuovo tour

Il mondo secondo il Prof
Vecchioni si racconta

CREMA - «Per tanti anni ho scritto e raccontato di me stesso, ora canto un sentimento sociale, globale, politico: è giunto il momento di fermarsi a pensare su quel che sta accadendo al mondo». La musica come strumento di riflessione condivisa: è un Roberto Vecchioni più deciso che mai quello che domani, alle 21 al teatro San Domenico, inaugurerà il tour promozionale del suo nuovo disco ‘Io non appartengo più’. Titolo slogan che riassume tutta l’arrabbiatura del professore per «le tante stelle futili che ci circondano», per «l’uso totalitario che si fa del progresso» e per tanti altri sassolini che il cantautore ha deciso di tirar fuori dalla scarpa. Compresa l’incredulità per le cattiverie scritte e dette a proposito della sua candidatura, poi svanita, a nobel per la letteratura.

Iniziamo dal concerto. Che spettacolo sarà?

«Uno spettacolo in due tempi. Nel primo troveranno posto solo due canzoni del nuovo album, che voglio isolare e spiegare al meglio, e una selezione di vecchi brani tra cui alcuni poco noti, ripescati nella memoria ma ancora di forte attualità. Il secondo tempo, invece, sarà dedicato alle canzoni di ‘Io non appartengo più’. Parole e musica, in un’atmosfera raccolta, calma e serena. Abbiamo lavorato molto per offrire qualcosa di diverso al pubblico».

Pubblico che in una manciata di giorni ha esaurito i biglietti. Qual è il segreto di questo successo senza fine?

«Non credo ci sia un segreto. Ho sempre raccontato quello che ero, quello che sono, quello che penso, quello che sogno. E il riconoscimento più grande è incontrare tanta gente che, guardandomi negli occhi, dice: in quella canzone mi hai raccontato come se mi conoscessi da sempre».

Sul palco, con lei, ci sarà anche il cremasco Lucio Fabbri. Ci racconta il ‘suo’ Lucio?

«Dire che è un grande musicista, uno dei più grandi in Italia, non basta. Voglio raccontare dell’uomo, dell’amico, di una persona con una sensibilità straordinaria, di una dolce forza collaborativa e costruttiva. Lucio è un uomo che ammiro, che stimo. Ho voluto che fosse lui il regista di ‘Io non appartengo più’ perché sapevo che, come uomo, avrebbe partecipato emotivamente alle canzoni. E così è stato».  

A proposito del titolo del disco: a cosa non appartiene più, professore? «E’ un messaggio di chi, come me, ma tanti come me, ha compreso che è il momento di fermarsi, di prendersi una pausa. Se in alcune canzoni del mio passato la riflessione era personale, legata all’amore che non bastava più per spiegare la vita, stavolta il sentimento è esistenziale, globale, sociale, politico e non solo per quanto riguarda l’Italia».

I testi del disco, non a caso, sono ricchi di riferimenti a temi di forte attualità: dal concetto di democrazia ai diritti degli omosessuali. Prevale la denuncia o la voglia di far riflettere?

«La voglia di riflettere, sicuramente. I riferimenti ai fatti del nostro Paese ci sono, ovvio, perché io non mi sono isolato da questo mondo, vivo in centro a Milano, ho una moglie, quattro figli, tre nipotine, un cane. Ma gli spunti arrivano soprattutto da dentro di me, dal mio vissuto, non dall’esterno. Quando hai seguito per una vita tante stelle e ti sei accorto che molte alla lunga si sono rivelate futili, solo apparenti, non devi dimenticare che ci sono stelle grandi, di riferimento vero, che devi riprendere. E’ da loro che devi farti illuminare, perché ci sono dei valori che tendono all’eterno, come la famiglia, che possono essere anche più forti del destino di ogni uomo».

Nei testi se l’è presa anche coi social network, con l’uso che se ne fa: li considera un male?

«Non sono un uomo proiettato al passato. Comprendo e apprezzo il progresso, assai meno l’uso totalitario del progresso, la ‘demo-follia’. Non mi piace l’assolutismo dell’uso, il fatto che vinca chi ha più amici virtuali, che tutti devono avere per forza qualcosa da dire o da raccontare. Soprattutto banalità, tipo che oggi il cielo è azzurro». 

Ora che il premio nobel alla letteratura è sfumato, si spiega perché la sua candidatura ha fatto così discutere? Che cosa le rimane di questa vicenda?

«Quel che resterà è l’orgoglio di essere stato considerato per tutto ciò che ho scritto. La mia candidatura l’ho vissuta come un premio alla scuola dei cantautori italiani: poteva essere di Fabrizio de Andrè o di Lucio Dalla, sarei stato ugualmente felice. Tutto il resto mi ha fatto male, non l’ho capito e forse è meglio non capirlo. Quando hanno assegnato il Nobel a Dario Fo, non pochi in Italia si sono chiesti chi fosse costui: basta questo per spiegare tante cose».

06 Novembre 2013