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13 agosto

Da parente povero a vaso di coccio

Da parente povero a vaso di coccio

La sede della Camera di Commercio di Cremona

I toni trionfalistici usati dal presidente di Unioncamere Ivan Lo Bello nell’elencare i vantaggi derivanti dal piano d’accorpamento delle camere di commercio stridono con le reazioni negative registrate a livello locale.
Cremona esce umiliata dall’unione con Mantova e Pavia. Quel che più conta è conservare la sede e Cremona la perde, pur essendo baricentrica rispetto a Pavia e Mantova che invece la mantiene. Questa decisione è maturata sulla base di valutazioni politiche, non geografiche, né pratiche.
Gli enti camerali scenderanno da 95, più o meno uno per ogni provincia, a 60 e le aziende speciali ad essi collegate da 96 a 58. Si stima che il riordino produca a regime un risparmio di 50 milioni di euro. Tra due anni si conteranno complessivamente 6.700 dipendenti contro gli 8.800 del 2016. Se la finalità del decreto firmato dal ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda è razionalizzare e risparmiare, tale logica dovrebbe valere anche per chi fruisce dei servizi. E’ assurdo costringere un imprenditore mantovano ad avere come riferimento la sede di Pavia.
L’informatizzazione non obbliga più a spostamenti interminabili su strade intasate dal traffico? Se è così, prendiamone atto e superiamo il concetto di sede centrale, dislocando sul territorio uffici con personale ridotto all’osso, che gestisca l’attività quotidiana. Ma le sedi, lo sappiamo, sono centri di potere e Cremona che ha le credenziali migliori sotto tutti i punti di vista rispetto alle altre due, viene sacrificata per motivi che non hanno nulla a che vedere con le mansioni affidate alle camere di commercio. Il sistema sarà sicuramente più snello, ma tutte da dimostrare sono la maggiore efficienza prospettata e la decantata capacità di affrontare con più efficacia le nuove sfide di modernizzazione del Paese.
Tra l’altro agli enti riformati vengono assegnati compiti aggiuntivi rispetto a quelli tradizionali riguardanti le aziende. Nell’ambito del processo di digitalizzazione, avranno funzioni strategiche sull’orientamento e la formazione e sulla promozione del turismo e del patrimonio culturale. Si guarda giustamente al futuro, ma lo si fa senza tenere nel debito conto le resistenze che ogni cambiamento determina e senza valutare le conseguenze che ogni freno comporterà nell’operatività e nel raggiungimento degli ambiziosi obiettivi della riforma.
In Lombardia le camere scenderanno da 12 a 7. Il matrimonio a due tra Cremona e Mantova, che sino a un anno fa sembrava cosa fatta, è stato superato dall’unione a tre con Pavia che le ha tentate tutte per conservare l’autonomia. Le associazioni economiche hanno combattuto una battaglia di retroguardia per escludere Pavia: la riforma ha lo scopo di includere, non il contrario.
Se armati di sano realismo avessimo preso atto di questo obiettivo per tempo, avremmo potuto trattare con da una posizione più forte con Pavia che non ha i numeri per rimanere sola, al contrario di Milano, Brescia, Bergamo e Varese. I ticinesi non si rassegnano e si affidano all’assessore regionale Mauro Parolini, il paladino che paventa un ricorso contro il presunto diritto calpestato. Pavia adesso alza il prezzo e pone condizioni penalizzanti per noi. Avrà la maggioranza in consiglio, giustificata dal più alto numero di imprese iscritte. I pavesi si lamentano e qualche rimostranza la fanno pure i virgiliani che preferivano un accordo solo coi cremonesi.
Ci avrebbero lasciato la presidenza per accaparrarsi tutto il resto. Nell’ipotesi iniziale di matrimonio con Mantova saremmo stati il contraente povero. Nell’unione a tre siamo il vaso di coccio tra i vasi di ferro. Oltre alla sede perderemo anche la presidenza.
La logica imponeva di promuovere le camere efficienti e chiudere quelle che non funzionano, radendole al suolo col lanciafiamme, come qualcuno suggerisce. In questo scenario Cremona sarebbe stata premiata: è ben gestita e vanta una produttività tra le più alte in Italia.
Ma in molti contesti pubblici e privati, compresa la scuola, non sempre il merito è un elemento imprescindibile di valutazione. Spesso viene calpestato perché prevalgono altri criteri di giudizio. Questa è una delle cause che rallentano il processo riformatore di un Paese sempre più gattopardesco.

14 Agosto 2017

Commenti all'articolo

  • Fabio

    2017/08/24 - 20:08

    Siamo considerati la Cenerentola della Lombardia, si ricordano solo quando ci sono le elezioni! Nessuna voce potente all'interno della Regione al contrario degli altri

    Rispondi