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Giovedì 23 Novembre 2017

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10 settembre

Camera di commercio, la sede resti a Cremona

NUOVA CAMERA DI COMMERCIOCREMONA DIFENDA LA SEDE

La sede della Camera di commercio

Il destino della Camera di commercio di Cremona e gli effetti sul nostro territorio degli accorpamenti previsti dalla legge Madia non sono in cima agli interessi dei lettori. Ne siamo consapevoli. L’argomento è da addetti ai lavori: dipendenti, funzionari, organismi rappresentativi, categorie economiche e ceto politico. Le stesse imprese hanno contatti perlopiù saltuari con gli uffici, ragion per cui non è una questione vitale la sorte del distaccamento di Crema di cui tanto si discute in questi giorni. Il futuro dell’economia oltre il Serio e delle aziende che lì operano non dipende dalla permanenza o meno di una sede decentrata dell’ente camerale. E’ ininfluente, come irrilevante ai fini del buon funzionamento della giustizia è stata la soppressione del tribunale di Crema e la sua fusione con gli uffici giudiziari di Cremona. Il disagio maggiore, se di disagio si può parlare, è quello degli avvocati del foro cremasco costretti a fare i pendolari. Si è dibattuto allo sfinimento delle presunte e temute negatività di quel riordino ma oggi non si fa il minimo cenno ai benefici economici di questo e degli altri accorpamenti effettuati nell’intera Penisola. Chiudi una strada, poti una pianta, costruisci un ponte e trovi puntualmente un comitato spontaneo (?) pronto a sgambettarti. Dobbiamo farcene una ragione: l’Italia è un Paese irriformabile. ‘Chi tocca muore’ è l’avviso a chi tenta di modificare qualcosa. Il gattopardismo è il vaccino indispensabile per sopravvivere ai virus diffusi da un sistema nato per perpetuare se stesso.

Nel caso della sede decentrata della Camera di commercio, le critiche dei refrattari a ogni cambiamento hanno trovato terreno fertile nel campanilismo che rispunta ogni volta che Crema si confronta con Cremona. Il destino del distaccamento è stato al centro dell’incontro convocato lunedì scorso dal sindaco Stefania Bonaldi che curiosamente non ha invitato Luciano Pizzetti, la persona più titolata a parlarne in quanto rappresentante del Governo ed esponente di primo piano del Pd, il suo stesso partito. Il sottosegretario assicura che si discute del nulla perché la permanenza dell’ufficio cremasco è fuori discussione. Sulla stessa lunghezza d’onda è il consigliere regionale Carlo Malvezzi. Varrebbe invece la pena di confrontarsi sulla decisione di sacrificare la sede di Cremona nell’ambito della costituenda Camera accorpata con Mantova e Pavia. L’assessore regionale allo Sviluppo economico Mauro Parolini non perde occasione di rivendicare l’autonomia pavese, «per le particolari caratteristiche del territorio e del suo tessuto produttivo». La richiesta di deroga è stata respinta dal Governo, ma l’esponente della giunta Maroni non si dà per vinto e valuta la possibilità di fare ricorso. La provincia di Pavia conta quasi il doppio delle imprese cremonesi, ma non in numero sufficiente a giustificare l’autonomia. Perciò è incomprensibile la pervicacia del bresciano Parolini nel farsi paladino degli interessi pavesi. Cremona, che nell’attuale assetto perderebbe anche la presidenza, ha bisogno di santi in paradiso che facciano il miracolo di mantenere qui la sede del nuovo ente accorpato. Ha tutte le carte in regola: è una delle più efficienti e produttive d'Italia e si trova in posizione baricentrica rispetto alle altre due. Giustizia e buon senso prevarranno? I precedenti inducono al pessimismo, ma questa è una battaglia che deve vedere Cremona e Crema unite nelle loro varie articolazioni: istituzioni, categorie economiche e forze politiche. I partiti coi loro leader locali dimostrino una volta tanto di sapere fare squadra. Superino pregiudizi e divisioni e facciano fronte comune nell’interesse del territorio che li esprime.

11 Settembre 2017