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Venerdì 14 Dicembre 2018

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13 giugno 1981

Alfredino è scivolato via a un soccorritore
che l'aveva raggiunto a circa sessanta metri

A tarda notte, dopo oltre 54 ore, il piccino era ancora prigioniero nel pozzo artesiano dov'era precipitato mercoledì

Alfredino è scivolato via a un soccorritoreche l'aveva raggiunto a circa sessanta metri

Il contorsionista calato a testa in giù da due speleologi e agganciato ad una fune che arrivava in superficie, è arrivato fino al bambino che non e però riuscito ad « agganciare » a causa del fango che copriva tutto il corpo e le braccia del piccolo - A notte alta un altro volontario tentava una seconda discesa nel « budello »

ROMA, 12 — Alfredo, non ci potremo dunque più riabbracciare? E’ con la disperazione nel cuore che andiamo in macchina dopo aver assistito a tarda notte all’estremo, drammatico tentativo di un contorsionista di salvare il piccolo Alfredo Rampi da più di 54 ore prigioniero nel pozzo artesiano. Quando ormai sembrava che l’uomo dopo una incredibile discesa ad oltre 60 metri di profondità fosse riuscito ad agganciare il bambino una tremenda frase udita tramite la sonda: « Tiratemi su, mi scivola, è tutto pieno di fango, non riesco a legarlo » ha raggelato i soccorritori e i milioni di italiani che trepidavano davanti al televisore per la vita del piccino.

Per qualche minuti si è anche sentito Angelo, l’eroico contorsionista rincuorare il piccolo che flebilmente ha risposto.

Tutto inutile, dunque, anche se una ragazza, una speleologa, a tarda notte pare voglia calarsi nel pozzo per giocare le ultime carte prima che il fisico di Alfredo ceda.

Prima del contorsionista si era presentato un pozzarolo abruzzese che non ha però avuto il coraggio di scendere nel budello sotterraneo: gli hanno ceduto i nervi.

Nell’estremo tentativo di riportare alla superficie lo sventurato bambino la situazione era precipitata intorno alle ore 20 quando prima bisbigliata e poi confermata e giunta la notizia che Alfredo non era incastrato a 36 metri nel maledetto pozzo artesiano ma era precipitato giù fino a 61 metri. Forse le vibrazioni, forse il naturale smottamento del terreno; è certo che quando i vigili del fuoco lo hanno cercato non era più al suo posto. E da quel momento è incominciata la corsa più drammatica con i tentativi che in partenza sembravano  tutti poter dare un esito positivo. Sono giunti suggerimenti da tutta Italia, consigli: nell’ atmosfera allucinata ed allucinante, sotto la luce delle fotoelettriche, il comandante Pastorelli ha preso decisioni in continuazione per cercare di tirar fuori il piccolo Alfredo.

Quello fatto dall’ « uomo ragno » Claudio Aprile sembrava dover essere quello buono: si è calato insieme ad altri due vigili del fuoco nel cunicolo fatto dalla trivella e poi quando ha raggiunto la finestra trasversale che lo avrebbe portato nel buco dove si trova Alfredo qualcosa si è inceppato, qualcosa non ha funzionato. Un angolo troppo stretto all’incrocio del cunicolo laterale col pozzo artesiano, forse anche la tensione nervosa. E così è ricominciato tutto daccapo in una corsa affannosa – ormai si può dire – contro la morte.

Ora il piccolo Alfredo non è neanche più nutrito dalle sonde che non lo raggiungono e sono tre giorni che è in una buca ormai molto simile ad una bara.

Quando la trivella aveva dovuto interrompere il suo lavoro perché lo strato di tufo granitico aveva troppo ritardato l’intervento, si è deciso di perforare un cunicolo in direzione obliqua verso il punto del pozzo artesiano dove si riteneva fosse rimasto incastrato Alfredo, un’operazione questa ultima condotta a termine in circa 5 ore da due coppie di vigili del fuoco.

La prima di esse era rimasta sotto terra ad oltre 30 metri di profondità per tre ore, eseguendo la maggior parte del lavoro di scavo, poi erano stati avvicendati da altri due vigili uno dei quali sommozzatori e questi due ultimi sono giunti a contatto col bambino, scoprendo però che il punto in cui si trovava era notevolmente più lontano del previsto.

In altre parole, il buco fatto dai vigili per congiungere i due pozzi non aveva “centrato” il bersaglio, essendo finito a qualche metro più in su di dove Alfredo stava. E’ stato un momento tremendo quando si è sentita la voce del pompiere che avvertiva l’ing. Pastorelli di come stavano le cose. Erano già pronti gli speleologi per introdursi nelle viscere della terra e, grazie all’esilità dei loro corpi, tentare il recupero. Si apprendeva intanto che gli ultimi vigili del fuoco avevano usato le mani e le unghie per rimuovere l’ultimo diaframma che divideva il cunicolo del pozzo artesiano. Il tutto con estrema precauzione per evitare che terriccio e sassi precipitassero sul bambino sotto di loro. Ripetuti gli ultimi inviti ad Alfredo affinchè chiudesse gli occhi, anche per evitare che la luce improvvisa delle lampade artificiali colpisse irrimediabilmente le sue pupille. Ore di estrema ansia, di una tensione inaudita.

Tra i soccorritori si faceva strada uno scoramento reso più amaro dalla convinzione di aver tentato tutto ciò che era possibile. Ogni tanto dal fondo si udiva la voce disperata di Alfredo: « Mamm, mamma…. », un’enorme pena , e fuori Pertini che diceva «Non mi muovo di qua finchè non lo togliamo fuori».

Intanto dal pozzo artesiano si cercava di alimentare il piccolo inviando con una sonda liquido contenente acqua e glucosio. Ed in mattinata si era riusciti a spedire nel fondo un po’ di Coca-Cola, come chiesto dal ragazzo. Comunque le ore passavano e non succedeva niente di decisivo. La madre aveva una piccola crisi di nervi. «Mi dicono di aspettare ancora pochi minuti – andava mormorando – ma non si finisce mai».

Man mano che le ore passavano, la preoccupazione andava dipingendosi sui volti dei medici che aspettavano che il ragazzo venisse riportato alla superficie. Ottimisti fino a tardo pomeriggio, cominciavano a manifestare qualche inquietudine circa la « tenuta » del piccolo Alfredo sofferente come si sa di una grave malformazione congenita cardiaca.

F.G.

12 Giugno 2018