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Lunedì 24 Settembre 2018

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10 settembre 1977

Fornaci romane scoperte a Gallignano

Nuovi contributi archeologici

Fornaci romane scoperte a Gallignano

Gallignano è certamente romano. Non ci sono ragioni convincenti per riproporre il vecchio e problematico etimo della borgata di Gallignano, se cioè il nome derivi da una «statio» o da un «castrum» militare della tribù Aniense (Galantino F.: Storia di Soncino, volume primo, pagina 5).

Tra le  spiegazioni plausibili osiamo indicare: 1) Gallignano ha preso il nome dal promontorio o dal bosco sacro dedicati alla divinità agreste Cibele, i cui sacerdoti eran chiamati « gallici » (così Svetonio, Livio, Ovidio), donde il toponimo di Gallicinianus locus »; 2) Gallignano era l’insediamento di tribù endogene pre-romane caratterizzate dall'uso gallico di particolari e rozze calzature di pelle (che i latini chiamano « Gallicae ») adatte per camminare nel fango e nell'acqua, come le nostri calosce o galosce. Per questo furono dette tribù di «Galliciani» donde il nome al luogo acquitrinoso; 3) Gallignano però è preferibile farlo derivare dal fatto d’esser stata l'antica località che raccoglieva, per la speciale sua argilla, varie fornaci di terracotta. I Romani chiamavano « calices » non solo i bicchieri, ma genericamente ogni stoviglia per tavola e per cucina, comprese anfore e pentole: da questo modo popolare e metaforico di esprimersi è assai probabile che sia derivato il toponimo. Anche se la metamorfosi del nome è problematica, tuttavia è suggestiva, logica, e confermata dalle recenti scoperte archeologiche. « Calicianum » è il paese delle stoviglie. Infatti i promontori elevati intorno alla cascina Bosco Vecchio e presso Gallignano sono ricchissimi di ogni tipo di ceramica romana comune, di quella Campano-repubblicana, e di quella Aretina-imperiale.

Riconosciamo che la spiegazione del nome di Gallignano è tuttaltro che risolta. Dobbiamo però tener presente il carattere romano dell'etimo, e quindi cercarne le origini in quel periodo. In questi ultimi tempi è stata fatta una importante scoperta archeologica alla cascina del Bosco Vecchio di Gallignano, dove è venuta alla luce una chiarissima evidente fornace romana per embrici, tegole e mattoni, e probabilmente anche vario altro vasellame in terracotta.

Un’altra fornace si è scoperta in località Roncola, a 100 metri più a Sud-Est, dove una «montagna» di frammenti di embrici e mattoni, disseminati in un terreno di cenere e argilla, danno la prova di una successiva e più sviluppata attività fornaciaia, probabilmente solo medioevale, quando venne meno la disponibilità di creta, o forse in seguito a distruzioni barbariche, nell'area della fornace romana.

All’insediamento del Bosco Vecchio abbiamo raccolto tre qualità di bolli laterizi, il timbro cioè che veniva impresso sulle terrecotte, specialmente su gli embrici.

Il bollo più diffuso è composto da tre lettere: F P Q incise in rilievo, qualche volta incorniciate con eleganza in un rettangolo 70x25. Il tipo di scrittura è il classico «capitale» romano: c’è una P aperta nel risvolto superiore, c’è una Q con il segno sottoposto tracciato orizzontalmente.

Frammenti di embrici con questo bollo ne sono stati trovati parecchi, e da più persone. E' logico pertanto ammettere che l'uso relativo sia da collegare con il periodo di maggior produzione delle terrecotte. Identici ne ho trovato a Vidolasco, al Dignone di Romano Lombardo, a Malpaga: erano quindi manufatti esportati un po' ovunque.

Difficile determinare il significato delle tre lettere F P Q. Seguendo le norme della numismatica dovremmo riferirci a 2 o 3 fratelli o soci impegnati nella produzione figulina, corrispondenti ai nomi di Fabius, Publius e Quintus.

Non dispiace però vedere nel «Q» la sigla di «quaestor» o «quaestores» se al plurale. I questori al tempo dell’impero romano erano gli aiutanti dei consoli e dei pretori provinciali con l’incarico di riscuotere le imposte, pagare il soldo ai soldati, ritirare i tributi dovuti allo stato per le areee demaniali e nei mercati portuali o locali. La loro autorità e dignità erano tra le più ambite dello stato. Ecco, allora il questore Publio Fabio «bollare» la produzione dei laterizi di Gallignano.

Tuttavia è preferibile leggere nel «Q» della sigla il suffisso latino «que» (si ricordi il « S.P.Q.R. » )  che congiunge i due nomi, o forse meglio i due cognomi, dei fratelli oppure dei soci Fabio e Publio.

Abbiamo raccolto nella Stessa zona di Bosco Vecchio altri due bolli laterizi. Uno porta la sigla: NMVL, e l'altro, purtroppo incompleto nella parte iniziale, con le lettere S A L L. Il carattere dei monogrammi è più antico del precedente bollo sopradescritto di F P Q, perchè questi due presentano una scrittura a lettere «legate», come si usava al tempo della repubblica: c'è un N M e un ALL fusi insieme nella scrittura.

Non importa eccessivamente la loto lettura, solamente vogliamo rilevare che se risultassero bolli esclusivi della zona di Bosco Vecchio, dovremmo asserire che le fornaci Gallignanesi risalirebbero almeno al primo secolo a. C., cioè ad oltre 2000 anni fa.

Certamente la scoperta è molto importante, e fa onore al parroco, agli insegnanti Occhio e Colombetti che hanno suscitato un gruppo di alunni e di apprendisti entusiasti nell'arte di modellare la creta.  Quale forza misteriosa ha provocato il risveglio di tale « vocazione » storica di Gallignano, il paese delle terrecotte?

 ANGELO ASCHEDAMINI

06 Settembre 2018