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Lunedì 22 Aprile 2019

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26 marzo 1953

Il Comune, nel 1869, non si occupò dei resti di Stradivari

Il nuovo ricordo marmoreo costituirà anche una riparazione all'incuria di quegli amministratori

Il Comune, nel 1869, non si occupò dei resti di Stradivari

Attualmente nei giardini pubblici sorge un cippo ad indicare il punto in cui Stradivari venne sepolto. La pietra reca incisa la scritta «Sepolcro di Antonio Stradivari e dei suoi eredi anno 1729». Poiché Stradivari mori nel 1737 egli provvide con sette anni di anticipo a far preparare quella che avrebbe dovuto essere la tomba sua e dei suoi eredi e si preoccupò di fissare sin da allora il sepolcro nella Chiesa di S. Domenico, della quale era parrocchiano. Secondo le sue volontà, le sue spoglie mortali vennero poi inumate nella Chiesa di S. Domenico, e ricoperte della pietra tombale, semplicissima nella forma e nella dicitura, che si era fatto predisporre. Lì rimasero sino al 30 giugno 1869, giorno in cui, nel corso della demolizione della Chiesa, la tomba venne aperta (o scoperta?) dagli operai e dai tecnici addetti ai lavori. Ne dà notizia «La Provincia» del 2 luglio dello stesso anno esortando anche il Comune a non disperdere la tomba di un cremonese di fama mondiale. Ma gli amministratori, che per 42 mila lire avevano concesso al capo mastro Francesco Ferrari la demolizione del tempio, erano in vena di abbattere e non di conservare. Nessuno si preoccupò dei resti dello Stradivari che rimasero, fra pietre e mattoni, allo scoperto. Finché una mattina, uno sconosciuto, arrivato da Milano, giunse in Chiesa, raccolse un teschio, pronunciò il nome «Stradivari» e se ne andò indisturbato. Era proprio il teschio del grande liutaio?

Perché nel sepolcro che Stradivari  aveva acquistato dalla nobile famiglia Villani, e che era situato nella Cappella della Beata Vergine del Rosario, oltre ai resti di Antonio, vi erano quelli di altri sei membri della sua famiglia. Tre altri teschi provenienti dal sepolcro furono trasportati a casa del Ferrari, e vennero conservati per alcuni anni, finché, stanchi di vederli «ballottare» da ogni parte, i Ferrari li raccolsero in un fagotto e li portarono al Cimitero dove vennero deposti nella fossa comune.

Quasi a riparazione della incuria, le autorità provvidero poi a far porre nel giardino che sorse sulle rovine del tempio l’attuale cippo in cemento, affinché fosse almeno ricordato il luogo ove il grande liutaio era sepolto. Da tutta questa dispersione l’unica cosa che si salvò fu la pietra tombale che è tuttora conservata nel Museo Civico.

Fra tante mistificazioni, ed attribuzioni più o meno sicure, è questo difatti l'unico ricordo certo del nostro grande liutaio.

25 Marzo 2019