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Martedì 27 Giugno 2017

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Crema. Sul palco, con lui, una straordinaria band di nove elementi

Raphael Gualazzi
strega il San Domenico

Memorabile data zero, martedì a teatro, per il suo nuovo 'Happy mistake tour'

Raphael Gualazzi
strega il San Domenico
CREMA — Se è vero, com’è vero, che questa era la ‘data zero’, chissà cosa bisognerà aspettarsi dalla data uno, dalla due, dalla tre, dalla dieci, dalla cento. Livello di partenza altissimo per Raphael Gualazzi, che ieri sera ha battezzato il suo ‘Happy mistake tour’ in un teatro San Domenico gremito in ogni ordine di posto. Una produzione maestosa, nel modo in cui è stata concepita (dalla line up alle luci, dalla scenografia alla resa sonora) prima ancora che in quello in cui si è poi tradotta in realtà. Una produzione che sradica definitivamente da Gualazzi l’etichetta di ‘quello che aveva vinto Sanremo Giovani’ e che gli appiccica con forza quella di artista con la A maiuscola, di origine controllata, per di più con la fortuna (il merito?) di rappresentare un unicum nel panorama italiano. Quel che porta sui palchi questo gigante di trentuno anni, oggi in Italia, non lo porta nessuno. Uno spettacolo in cui il pianoforte a coda è il signore di casa e domina nel bel mezzo del salotto, ma in cui tutt’intorno non ci sono soprammobili: c’è argenteria. Una decisiva sezione di fiati — Julien Duchet al sax, Damien Verherve al trombone, Luigi Faggi alla tromba —, una straordinaria sezione vocale — Bene Maillot, Lisa Griset e Sophie Afoy —, la trascinante accoppiata di Emah Otu al basso e Massimiliano Castri alla batteria, il chitarrista Laurent Miqueu. Non sfuggiranno i tanti nomi stranieri: Gualazzi è e vuole essere internazionale. Per vocazione, per fonti d’ispirazione, per linguaggio. Non a caso l’inglese è spesso protagonista, nei suoi dischi e nel concerto. Non a caso ha inciso brani in francese, e domani sarà di scena a Parigi. Allo stesso modo, però, non è un caso che i momenti di maggior coinvolgimento della serata siano quelli in cui canta in italiano. Un po’ perché Gualazzi ci infila i due suoi più grandi successi — i sanremesi Follia d’amore e Sai (ci basta un sogno) —, un po’ perché la stragrande maggioranza del pubblico può finalmente capire, immedesimarsi nei testi, godere a pieno il concerto. Un concerto in cui domina il nero: nero come il pianoforte, nero come la pelle di metà degli interpreti, nero come gli abiti eleganti di tutti i musicisti, eccezion fatta per il calzino arancione del cantautore. Che non parla, accenna sorrisi ad ogni applauso e si asciuga la fronte con un asciugamano (nero, naturalmente) ogni volta che suda. Compostezza e concentrazione. Anche perché in platea c’è Caterina Caselli, la sua discografica, venuta a controllare di persona la maturazione della sua ultima scommessa. I vicini di poltrona l’avranno vista fregarsi le mani.

27 Marzo 2013